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Perugia: detenuta da 3 mesi per bancarotta, s’impicca in cella

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[08/11/04] La Nuova Sardegna, 5 novembre 2004 Era stata la titolare di una società, la Confezioni italiane Srl, con sede a Sassari, fabbrica di magliette e tute da ginnastica, dichiarata fallita nel ‘93. Si è tolta la vita dopo essere stata abbandonata dai suoi soci e quando a pagare il conto con la giustizia è rimasta sola perché era lei, Angelina Giordano, 55 anni, due figli, di Prato, la rappresentante legale. Gli altri, Marco Giosuè Manca, 50 anni, che oggi vive in Belgio, Riccardo Pieraccini 50 anni residente a Prato e Roberto Mei 52 anni di Lucca risultavano soci di fatto. La fine di Angelina Giordano, secondo il suo legale e la famiglia, è una morte annunciata. "Che si sarebbe potuta suicidare lo hanno detto le perizie prima ancora che finisse in carcere" dice senza paura di abusare di un luogo comune l’avvocato Massimo Taiti che ha seguito solo l’ultima parte della vicenda giudiziaria e che pochissimo conosce della storia del fallimento. E domenica sera le guardie carcerarie l’hanno trovata impiccata in cella nel carcere femminile di Perugia. È stato un suicidio, è vero, ma secondo l’avvocato difensore di Angelina Giordano ci sarebbero precise responsabilità dell’amministrazione carceraria e, in parte, del tribunale di sorveglianza di Perugia, che avrebbe dovuto dare una risposta all’istanza di scarcerazione presentata ad agosto, meno di un mese dopo essere finita dietro le sbarre. La donna, in cura per depressione, non si era nemmeno presentata al processo che si era svolto Sassari dove è stata giudicata in contumacia senza neanche l’ausilio di un legale di fiducia. Ritenuta "irreperibile", non ha presentato appello e la condanna, così, è diventata definitiva. Per lei si sono aperte le porte del carcere per 4 anni, la pena per la bancarotta fraudolenta. In quel momento è arrivata la telefonata all’avvocato Taiti: "Mi tiri fuori perchè non resisto". L’istanza è partita subito. "Sembra incredibile, ma non hanno trovato il tempo di dare una risposta", dicono i familiari. Angelina Giordano è stata arrestata il 21 luglio perché è diventata definitiva la condanna. "Possiamo affermare la incompatibilità assoluta con l’attuale regime carcerario e la necessità che quanto più rapidamente possibile sia instaurato un trattamento terapeutico corretto e operante al di fuori di un qualsiasi istituto di pena" ha scritto il neurologo Giovanni Giammaroli in una perizia psichiatrica che l’avvocato Taiti ha allegato alla sua prima istanza di scarcerazione, lo scorso 11 agosto. L’esito della vicenda sembra già scritto nella perizia, quando il medico afferma che le ansie e le paure di Angelina "finiscono con l’esaurire il carico di energia psichica necessaria per continuare a vivere". A quella istanza non è stata data alcuna risposta da parte del Tribunale di sorveglianza, e nemmeno a una successiva, datata 8 ottobre. Nel frattempo le condizioni di Angelina Giordano sono andate gradualmente peggiorando, ma nessuno nei palazzi della giustizia, fatta eccezione per il suo avvocato, se n’è reso conto. Tanto che, e qui arrivano le presunte responsabilità dell’amministrazione carceraria, le è stato lasciato l’accappatoio con la cintura, che poi la donna ha usato per impiccarsi. Potevano salvarla? In questi casi è sempre difficile dirlo, sono tanti i detenuti che ogni giorno affermano di non poter stare un’ora di più in carcere e gli avvocati che presentano istanze. Certo è che nelle carte in possesso della difesa non ce n’è una che dimostri qualche attività del giudice di sorveglianza. Si può dunque affermare, col senno di poi, che il caso meritava almeno una risposta più veloce, positiva o negativa che fosse. La risposta Angelina Giordano se l’è data da sola.


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